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L’ULTIMA NOTTE DI AYRTON SENNA

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La camicia scozzese, lo sguardo in terra. Era cupo il cielo di Ayrton la vigilia di quel 1° maggio 1994, trent’anni come oggi. Tristezza sopra un’espressione malinconica, emblematica, il suo marchio. Dalla pista di Imola alla camera d’albergo, Castel San Pietro. Cena alla Trattoria Romagnola, una foto per i giovani sposi che festeggiavano nel ristorante dell’hotel mentre cercava di cacciar via, in qualche modo, quelle nubi. Un collega morto da poche ore, Roland Ratzenberger; un amico vivo per miracolo, Rubens Barrichello, uscito di pista con violenza il venerdì. Due visite in due giorni al centro medico per ingoiare il sapore più amaro delle corse.

Schiaffi, non solo per lui. Ultimo decesso in un weekend di gara: Riccardo Paletti, 12 anni prima. Abbastanza per pensare che fosse meglio fermare tutto, un’ipotesi debole, già tramontata; per ascoltare Sid Watkins, responsabile medico della F1 che gli suggeriva di piantarla lì: «Hai vinto tre Mondiali, sei il migliore pilota del mondo. Non hai bisogno di rischiare ancora. Andiamocene via, andiamo a pescare». È bello e struggente immaginare che, per un attimo, uno soltanto, Ayrton sia stato tentato di accettare quel consiglio così insolito, così prezioso. Ma fermarsi non poteva, non voleva. Michael Schumacher aveva vinto le prime due gare dell’anno. Lui: a zero. In aggiunta, la sua Williams lo tormentava. «Come stare su una sedia elettrica». Scomoda, capricciosa, difficile da guidare.

L’avevano modificata, corretta, era stato deciso di ridurre il piantone dello sterzo per fare spazio alle mani sul volante. Avrebbe corso, altroché. La bandiera austriaca da nascondere nell’abitacolo, da sventolare nel giro d’onore per omaggiare Ratzenberger. Respiri profondi. Forse. Oh, Ayrton, che fatica. Per trovare una pace serviva ben altro. Per la prima volta si trovava nel mezzo di un contrasto famigliare. Motivo: Adriane, la sua compagna, il suo amore. Considerata dal padre, dalla madre, un’opportunista, una minaccia da allontanare. Al punto da far mettere sotto controllo il suo telefono. Nastri recapitati a Castel San Pietro la sera del 30 aprile dal fratello di Ayrton, Leonardo.

Un affronto, una provocazione. Dopo quella che aveva messo in atto Ayrton, facendosi fotografare con la morosa nella tenuta di famiglia, fuori San Paolo. Lui che se ne stava nella casa acquistata in Algarve con Adriane, lontano da Angra dos Reis, il posto del cuore, degli affetti più cari. La rabbia ammorbidita dal dispiacere, annientata dal senso di colpa. Ai suoi genitori era affezionatissimo, era grato. Aveva corrisposto, era stato rigoroso, disciplinato come richiesto ad un figlio dotato e vincente.

Eppure… La Bibbia sul comodino. Dio riusciva sempre ad offrire un conforto, risposte, assoluzioni. Telefonata ad Adriane. Una visita a Frank Williams, nella camera sotto la sua. Il pensiero della fondazione ormai pronta a funzionare. Bambini, ragazzini da accompagnare verso una prima, vera opportunità. Era stata una ossessione, stava diventando una consolazione. Il contratto con Audi per importare automobili in Brasile. L’aveva chiuso scoprendo di riuscire a cavarsela come manager, cosa che alludeva a qualche vaga ipotesi futura. Doveva dormire. Vegliava. Rifletteva. Come capita a ciascuno di noi quando le nuvole oscurano il nostro cielo. Un filo di tenerezza, ecco, per guadagnare una notte di quiete. Che fosse l’ultima, non importa. Ayrton di certo, non lo sapeva.

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