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RUBATI I SOLDI DI PAOLO CALISSANO

PER IL CASO DEL MILIONE DI EURO SPARITO DAI CONTI DI PAOLO CALISSANO E’ STATO INDAGATO PER CIRCONVENZIONE DI INCAPACE L’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO, GIA’ COINVOLTO IN ALTRI 4 CASI – IL FRATELLO DELL’ATTORE: “PAOLO NON E’ MORTO PER DROGA” – NEL 2005, CALISSANO ERA INCAPPATO IN UNA CONDANNA CON PATTEGGIAMENTO A 4 ANNI PER CESSIONE DI SOSTANZE STUPEFACENTI NEI CONFRONTI DELLA BALLERINA ANA LUCIA BANDEIRA BEZERRA, MORTA IN SEGUITO A OVERDOSE DI COCAINA NEL SUO APPARTAMENTO…

Soldi. Un milione di euro. Dietro la morte dell’attore Paolo Calissano («Palermo Milano solo andata»; «La dottoressa Giò»; «Cucciolo»; «Vivere» e molti altri) una lenta spoliazione del suo patrimonio per mano di un amico, il suo fiduciario, l’avvocato civilista della Genova bene Matteo Minna.

Un destino, quello dell’attore di soap e film d’azione, condiviso da altre quattro persone, se si considera che la Procura di Genova indaga su cinque casi in tutto, ciascuno dei quali scaturirebbe dal reato di circonvenzione d’incapace. Paolo Calissano (ma anche le altre, presunte vittime) si sarebbero trovate in una posizione di assoluta debolezza rispetto a Minna, tutore, legale, amico affezionato dell’attore così come degli altri. Da quanto è stato possibile ricostruire, in seguito alla notifica di una proroga d’indagine da parte dei pm genovesi, l’avvocato avrebbe effettuato una lunga serie di prelievi sul conto corrente dell’attore, documentata ora dai finanzieri di Genova per la Procura. Comportamenti seriali dunque.

Ora la precisazione, necessaria per comprendere meglio il contesto nel quale avrebbe agito Minna, riguarda il passato di Calissano che, nel 2005, era incappato in una condanna con patteggiamento a 4 anni per cessione di sostanze stupefacenti nei confronti della ballerina Ana Lucia Bandeira Bezerra, morta in seguito a overdose di cocaina nel suo appartamento. La fragilità dell’uomo esplode in quel periodo solitario e complicato. In quella fase, la famiglia dell’attore decide di rivolgersi all’amico civilista Minna, subito investito dell’autorità di amministratore di sostegno del patrimonio. I guai cominciano in seguito.

Al punto che, poco prima della sua morte, avvenuta a Roma dove Paolo era costantemente impegnato in un dialogo (non sempre costruttivo) con le case di produzione alla ricerca di nuovi soggetti interessanti, il 29 dicembre 2021, il suo capitale si era assottigliato di circa un milione di euro. Motivo scatenante per indurre a un gesto definitivo?

Di certo si sa che Paolo non è morto per droga. Lo ha rivelato in un’intervista al Corriere il fratello Roberto Calissano, imprenditore genovese che, assistito dall’avvocato penalista Santina Ierardi, ha fatto luce su quanto accaduto: «Il pm (romano, ndr ) che ha indagato per undici mesi sulla sua morte aveva disposto un esame tossicologico molto approfondito. La conclusione è stata che mio fratello non è morto a causa di stupefacenti, ma per un’intossicazione da farmaci antidepressivi». Suicidio con ogni probabilità, anche se la parola, al confronto con la vitalità di cui era portatore Paolo, appare inaccettabile per i familiari.

Ora l’inchiesta genovese, anticipata martedì sulle pagine de Il Secolo XIX è arrivata a una svolta. Minna, assistito dai suoi difensori Maurizio Mascia ed Enrico Scopesi, sarà ascoltato a breve dai magistrati. Nell’inchiesta è ipotizzato anche il reato di peculato. Sulla vicenda interviene Roberto Calissano che, assieme a Ierardi, dice: «Siamo turbati dalla fuga di notizie deflagrata mentre la Procura genovese stava effettuando la propria ricognizione. Ma ora ci aspettiamo che il lavoro svolto porti, il prima possibile, a informazioni certe. Ci auguriamo di raggiungere la verità sulla morte di Paolo».

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