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CARLOS ALCARAZ IL NUOVO RE

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Quattrotornei giocati sull’erba, due vinti – l’altro è il Queen’s tre settimane fa – battendo un altro che di trofei a Wimbledon ne ha sette in bacheca. Festina lente, affrettati, ma con calma, il segreto di Carlos nasce dai ritmi tranquilli nella provincia spagnola, in quella El Palmar, 24mila anime a pochi chilometri da Murcia, che ricorda la Manacor di Nadal. Primi colpi a tre anni, nel club vicino a casa, il salto di qualità con il trasferimento alla corte di un altro numero 1,

Juan Carlos Ferrero, all’Academia Equelite di Villena. «Juanqui» gli ha messo addosso gli occhi quando aveva 13 anni, e non lo ha più mollato, accompagnandolo anche ai tornei minori, nella gavetta dove si mettono le radici dei miracoli. Famiglia, affetti certi, un team stabile – Ferrero che gli fa tenere i piedi per terra, il manager Albert Molina che lo sceglie «perché da piccolo non vinceva più degli altri, ma giocava meglio di tutti» – il segreto è (anche) lì.

A quindici anni il più giovane della sua classe (2003) a vincere un match in un Challenger (contro chi? Jannik Sinner), nel 2020 la scalata da numero 400 all’anticamera dei top 100, l’anno dopo il boom: terzo turno a Parigi, quarti agli Us Open (al debutto), primo titolo Atp a Umago. Tutti sapevano, e da tempo, che sarebbe diventato forte, nessuno immaginava che nel 2022 sarebbe già stato pronto a prendersi uno Slam, battendo sulla strada di nuovo Sinner.

In mezzo c’era stata l’estate dei dubbi e delle delusioni: «Sentivo la tensione, e se io non sorrido non riesco a vincere». Il suo idolo è stato – ovviamente – Nadal, e come lui segue il calcio e tifa Real Madrid, ascolta il reggaeton e ama il film Rocky, del resto in campo il suo diritto è da ko. A Parigi, un mese fa, lo avevano messo in ginocchio i crampi, la tensione di avere di fronte Djokovic in uno Slam. «Ho imparato da quel match, mi sono preparato diversamente (anche con l’aiuto di uno psicologo, ndr), sono cresciuto come giocatore», dice ora.

«Certo l’erba aiuta, rispetto alla terra gli scambi sono più corti, ma è stata sicuramente la preparazione mentale che mi fatto resistere cinque set». Fin da piccolo gioca a scacchi, Carlitos, sviluppare i pezzi sulla scacchiera lo ha aiutato ad aprire bene una partita e a chiuderla meglio. «Credo di essere un giocatore completo, di avere tutti i colpi. Che cosa mi ha insegnato Wimbledon? Che posso vincere match epici come questo anche contro uno come Djokovic, perché prima non credevo di essere pronto. Invece qui ho fatto la storia».
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